IO C’ERO

•Dicembre 6, 2007 • 6 Commenti

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Io c’ero…
Posso dirlo, urlarlo ai quattro venti, digrignarlo attraverso le fauci. Non conta il modo, non importa la lingua… Io ero lì sospeso su quel tavolo e su quell’orribile pelle di mucca. Fluttuavo sopra le bottiglie vuote, assaporando il coinvolgimento blasfemo delle perverse anime riunite.
I loro gusci di carne sono invecchiati, tempo che scorre sui loro riflessi mortali. Vi aspetta una lunga ed estenuante espiazione. L’Eternitá? È solamente l’inizio…

Kharonte continuerà a parlare del gruppo, di queste anime corrotte delle quali pretende l’anima. Descriverà eventi passati e mostrerà le prove della loro efferatezza.
L’antro di Kharonte si colora del rosso di tramonti lontani, rituali pagani ai quali quei giovani hanno più volte sacrificato i loro spiriti. L’odore invece è quello del tabacco da pipa e di cadaveri in putrefazione. I cadaveri degli anni ormai passati…

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UN’ADUNANZA PARTICOLARE

•Novembre 12, 2007 • Lascia un Commento

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Girano le voci nell’etere, suoni ed immagini che un demone deve saper riconoscere. Adesso ho la certezza che qualcosa si sta per compiere. Un’adunanza molto particolare, un convogliamento di anime sacrileghe che ancora una volta desteranno terrore e recheranno follia.
Per loro è giunto il momento di pagare i loro debiti con gli inferi.
Adesso conosco il tempo ed il luogo in cui si verificherà il misfatto.
Io sarò là ad attenderli. Aprirò le porte degli abissi e li porterò via con me.
Ancora pochi giorni.
Il tempo è qui.

VAGLI, IL PAESINO SOMMERSO

•Ottobre 21, 2007 • Lascia un Commento

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HO RECUPERATO UN’ANTICA TESTIMONIANZA DELLE LORO MALEFATTE, L’ENNESIMA PROVA CHE LI CONDURRÁ A PAGARE LE LORO PENE NEGLI INFERI PIÚ TENEBROSI.

18 luglio 1994

Avevamo atteso per cinque anni l’avvento di questo giorno, scritto giá in qualche segreto tomo abbandonato sugli scaffali dell’Eterna Storia del Mondo. Quando il Signor Destino gioca con i fili per i quali ti hanno appeso, non ti rimane altro da fare che restare in silenzio ed osservare il susseguirsi degli eventi.

Il Cicchino del Dona era uno dei nostri anatemi piú pericolosi. Ingannava il fato stesso, ma in maniera sottile. Destino avrebbe giocato con le sue marionette, ma le marionette potevano saperne una piú del diavolo…

…e poi se c’era anche di mezzo il Caos! No, non sarebbe stata una passeggiata qualsiasi, lo sapevamo. Il Paesino Sommerso di Vagli affiorava in superficie solo una volta ogni cinque anni, un ancestrale incantamento che attendeva di essere svelato, interpretato e alfine scacciato. Forse solo Meliboe l’Incantatore avrebbe risolto l’enigma.

Tortuosi sentieri ci separavano dalla nostra meta, un lento cammino reso ancor piú sofferente dal caldo di quella torrida estate. Un bivacco veloce prima di ripartire, mentre altre strane pratiche Scacciamalasorte si susseguono.

Finché giungiamo in vista dell’arido territorio circondato da antichi boschi, segno di riconoscimento di quella terra misteriosa chiamata Garfagnana. Ogni menestrello che si possa dire tale é a conoscenza della moltitudine di leggende che avvolgono quell’antica regione. Draghi a cinque teste che affiorano da pozzi abbandonati, demoni pazzi nascosti dietro il volto di gentili comari, cave di marmo dai bizzarri sentieri che lasciano sperduti i viandanti, e molte altre cose…

“…e vennero quattro mercanti di baggianate su un carro di ferro dalle alte ruote, scoperto e dal parabrezza scheggiato. Passaron per le colline e per le forre, per le taverne e gli altri luoghi di questa terra che da eoni é chiamata Gar-Phagna. Poi li vedemmo scomparire su, per i sentieri delle Cave, lá dove nessuno mette mai piede e gli spiriti perduti hanno le loro dimore. Qualcuno udí delle voci che rimbombavano strozzate nelle valli sottostanti, parole di oblio che dicevano….

….é una cava di marmo! Guardate dove mi hanno portato… Moriremo tutti…

Nessuno sa piú nulla di loro, e il tempo svanisce tra le pieghe dei ricordi….”

estratto dalle Storie dell’Antico Menestrello.

Qualcuno, preso da un profondo senso di terrore di ovvia origine magica, pensó subito di farla finita e gettarsi nel fossato. Ma Meliboe conosceva le illusioni e sapeva che il cammino davanti a loro ne era disseminato. Richiamó il potere e riportó il gruppo in cammino.

Giunti nei pressi delle Rovine del Paese ci accorgemmo immediatamente della fastidiosa presenza di subdoli hobgoblin, esseri viscidi e vanebondi che meritavano appena la nostra attenzione. Ergemmo una barriera protettiva che schermava ai loro orridi occhi invasati la nostra presenza. Fu cosí che entrammo nell’arida valle del paese, pronti a qualsiasi avversitá, consci del subdolo intento delle empie divinitá che ci manovravano ma determinati ad uscirne vivi.

“…e videro il sole bruciare le pietre, perché quello era il fuoco divoratore dei demoni che risiedavano nelle viscere della terra. Ma i cinque avevano pelle di acqua che scorre, una magia antica come il mondo che preservava i loro corpi mentre discendevano verso il loro destino. Il Principe del Caos, Meliboe Les Enchanteur, Il Grande Druido, Messer Aramis e infine Samuel, l’Uomo del Futuro…”

estratto da Le Nefandezze dei Soliti Cospiratori, romanza in quattro atti dell’Antico Menestrello.

I gesti si sprecavano, gli anatemi libravano sopra il malvagio sito, gli intenti erano risoluti e conducevano verso assurdi finali. Avevamo incominciato la nostra personale battaglia contro i terribili Masters of Puppets. Non potevamo sapere se alla fine avremo prevalso, ma di sicuro la nostra pelle avrebbe richiesto un caro prezzo.

Per esplorare velocemente l’infido luogo decidemmo di separarci, ma usando poteri psionici, coltivati attraverso lunghe ed estenuanti esperienze di assunzione della magica pozione Ethan-Hol, rimanemmo in contatto mentale. Il segreto era quello di concentrarci su un oggetto, un bicchiere, un boccale, un fiasco, o qualcosa del genere, e proiettare la mente attraverso scie liquide di allegre sostanze per raggiungere l’interlocutore. Eravamo cosí distanti ma vicini…

Meliboe sondava l’ariditá del terreno, una precauzione necessaria contro le insidie dei Burratinai. Presto avrebbe richiamato forze oscene, entitá sconosciute provenienti da reconditá proibite, viscidi esseri abitanti degli anfratti oscuri dietro veli di oblio e onniscenza. Il grande incantatore avrebbe combattuto il fuoco con il fuoco…

“Fatam beris unalt rogocc! Cionas etesta serakenciv edocchiú!!” l’anatema era stato lanciato…

Con l’aiuto dell’acqua che scorre, antico rimedio dei sacri bevitori che usavano dire “meglio un litro d’acqua la mattina che un litro di vino la sera!”, Meliboe forgia nell’aria i disegni che gli permettono di richiamare le blasfeme entitá. la putredine della storia del tempo, esseri innominabili prole della Signora Follia. Il dado era stato lanciato!!!

Esiste un tempo che é come un luogo, un punto raggiungibile in ogni istante, al di lá delle normali leggi di Cronos. Il Paesino Sommerso era uno di questi. Una finestra su un mondo lontano, improbabile, una meta di arrivo per coloro desiderosi di raggiungerla ad ogni costo. Se si attraversano i Ponti di Mnemonia, mezzi segreti per viaggiare tra questi Nonluoghi, si ritorna laggiú, nel preciso istante, mentre il profumo delle valli ti accarezza la pelle e il vino della vita ti scorre libero nelle vene. I Nonluoghi esistono, sono attorno a noi e dentro di noi. I ponti bisogna trovarli, e quando si trovano bisogna saperli preservare, perché il tempo puó lentamente corroderli fino a farli crollare. Questo é uno di quei ponti…

Meliboe varcó la porta dei morti, una strada di non ritorno che lo avrebbe protetto o distrutto. Ma almeno quella volta era stato libero di scegliere…

Per il druido era solo una questione di tempo. Rifletteva e pensava all’incantamento che si apprestava ad evocare. Fumava spezia di pianeti morti, foglie di alberi assassini e polline di oblio, una miscela ideale per trovare la giusta concentrazione.

“…e le porte della Cupola dell’Esistenza si spalancarono sotto l’impetuoso ruggire di quella forza, un desiderio incontenibile sprigionato da cinque piccole entitá, cinque maghi di un tempo senza maghi, cinque guerrieri di una terra senza guerrieri…

…i Burattinai si agitarono sui loro troni di unghie e sangue rappreso, volsero lo sguardo verso la luce che proveniva da fuori. Per un attimo rimasero sorpresi…”

dalle Mitologie dei Nonoluoghi, di John Edgar Willicus.

La magia del druido si innalzó piano, come una sinfonia di archi appena sfiorati sulle note piú alte, ma presto prese intensitá per sfociare in un dirompente movimento di fiati. Sembrava che i boschi circostanti fossero le risorse alle quali il druido attingeva per formulare l’incantesimo. Per un momento, nell’assoluta quiete di quella giornata assolata, un vento si alzó a disturbare le chiome degli alberi.

“Quella sará la torre dove daremo scacco a i nostri amici Burattinai!” proclamó il druido con la pipa in bocca. L’effetto dello strano blend era evidente. Meliboe non volle essere da meno e accese a sua volta il bracere della sua spitfire.

Il rituale finale era ormai pronto. Ogni cosa si trovava al suo posto dentro la Torre. Parole salmodiate piano, scandite con estrema precisione, confluivano con altre, biascicate rumorosamente da bocche impastate. Fumi e liquidi avevano i loro motivi, erano pozioni protettive contro qualsiasi intento di prigionia, da sempre vie di fuga per coloro che non desiderano soccombere al Signor Destino. La luce che fluiva dalla finestra in alto si intensificó e divenne un pulsare ritmico che emanava gelo. Era stata aperta la breccia, l’improbabile era diventato probabile, il Fato poteva subire lo scacco…

I cinque erano coraggiosi e controllavano insieme un grande potere, ma i Burattinai avevano un asso da giocare in qualsiasi istante. Il fattore tempo. Cosí la luce che pulsava dalla finestra si fermó sui volti dei poveri illusi. Loro pensarono di avercela fatta, e non ricordarono ció che quella voce di donna, sensuale e stranamente aliena, sussurró alle loro orecchie. Disse: “Giocate ancora con le vostre vite, per quanto ancora vi rimane, ma il tempo per me é irrilevante. Voi siete giá miei, é scritto. E quaggiú dove il tempo non esiste, il futuro é giá adesso!”

Davvero credemmo di avercela fatta, di aver ingannato il Fato e tutti i suoi Burattinai. Ridemmo, scherzammo e tornammo a casa, desiderosi di flitri strani che stroncano pensieri e membra. Aramis, tornato giá Dona, se ne versó un bel bicchiere, e noi lo seguimmo dappresso. Rotolarono altri dadi e vivemmo per sempre felici e contenti…

…fino a quando tutto finí.

IL MENESTRELLO

CTHULHU NOW

•Ottobre 16, 2007 • Lascia un Commento

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Gli inferi reclamano il loro dazio.
Queste empie creature possono sfuggire al loro destino per qualche anno, forse addirittura per decenni, ma non certo per l’eternità. Ed io continuerò a perseguirli, in forme e sembianze differenti, attingendo a strane mitologie, sondando i loro incubi per scoprire ciò che temono di più.
Oggi Kharonte si chiama Shub Niggurath, e protende i suoi tentacoli verso le anime scellerate alle quali, da tempo immemore, dà la caccia.

L’ANTICA ARTE DEL BEVERAGGIO

•Ottobre 11, 2007 • Lascia un Commento

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Le anime dannate conoscono molte scappatoie. Possono dilatare la loro latitanza attraverso i secoli, ma il conto da pagare non cade in prescrizione. Io continuerò a pretendere il loro debito, per l’eternità.
Uno di questi espedienti è l’utilizzo smodato dell’antica arte del beveraggio. Un’assimilazione continua ed esagerata di alcuni liquidi può portare al distacco di alcune parti della propria entità, confondendo i cacciatori di anime che reclamano il loro compenso.
Un effetto secondario di questo antico stratagemma di cui gli umani spesso fanno uso, è l’alterazione cromatica del loro spettro, un fenomeno invisibile agli stessi mortali, ma ben avvertibile dalle creature degli inferi. La pelle di questi esseri vanebondi cambia colore, a seconda della smodatezza della loro bevuta.
Qua sopra ne riportiamo un esempio.

DI PIENZA CE N’É UNA SOLA

•Settembre 28, 2007 • Lascia un Commento

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«Di Pienza ce n’è una sola… ma di leggende ce ne sono mille…
Vede bon’omo, io sono anziano, ma le cose me le ricordo!»
Il vecchio era seduto al tavolino di un bar, nella piazza centrale del paese. Si stava sorseggiando un bicchierino di China Martini calda, con una scorza di limone dentro.
Mi guardava con occhi umidi, di un celeste antico. Forse si era perduto per un attimo nelle mie rosse iridi da demone, ma il liquore lo aiutò a scrollarsi di dosso la sensazione di disagio, così proseguì nel suo racconto.
«Insomma, vennero in sei, che di per se non è proprio un numero perfetto. In cinque sarebbero stati il “Palmo del Diavolo”, mentre uno in più li avrebbe consegnati alla leggenda con il nome di “i Sette Demoni di Tuskanya”. Invece erano solo sei…»
Si portò il bicchiere alla bocca e ne tracannò il contenuto. Poi ne ordinò un altro al barista…
«In paese successe il finimondo. La gente urlava, i bambini piangevano, e a guardar con attenzione le chiome degli alberi, ci si rese conto che anche gli uccelli erano fuggiti. Camminavano per le vie con un andamento claudicante, tenendo alto il loro simbolo blasfemo: un Fiasco di Chianti.
Poi si videro scomparire in una grotta, come risucchiati dalla terra. Qualcuno pensò che erano tornati nelle loro magioni, i remoti inferi del sottosuolo. Poi invece la terra li risputò fuori, in sembianze che portarono alla pazzia molti dei miei paesani.
A sera se ne andarono sulle loro autovetture, carri di ferro che qualcuno giurò assomigliassero a draghi con le ruote. Per fortuna non si rividero più!»
Il vecchio buttò giù anche la seconda China e si alzò.
Prima di andarsene mi chiese:
«Per quale motivo li sta cercando?»
Lo guardai e si pentì subito di avermi fatto quella domanda. Per un attimo tornò sobrio, mentre gli rispondevo:
«Tutte le anime dannate devono fare penitenza, prima o poi…»
Lui distolse lo sguardo e se ne andò al bancone ad ordinare un’altra China.

KHARONTE RIPOSA

•Settembre 21, 2007 • 1 Commento

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Kharonte riposa, nella sua grotta
Ricorda il passato, e la fronte si aggrotta
Chi era Stambaca? Chi era Scimmiufo?
Un uomo, un bambino o forse era un gufo?

 

Che altro ricorda, il demone antico
Il Coccostrello, un altro suo amico
Compagni fedeli, e cospiratori
Oggi son solo, lontani amatori

 

Del gioco che un tempo li congiungeva
Viaggiare lontano lui tutti faceva
Donava magia alle loro sere
E non solamente il pretesto per bere.

 

Riposa Kharonte, non farti ingannare
A volte i ricordi son come il mare
È bello lasciarsi portare dall’onda
Ma poi la tempesta arriva e ti affonda.

MONTESPECCHIO

•Settembre 11, 2007 • Lascia un Commento

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Montespecchio é un luogo magico. Lo conoscono in pochi, perché nascosto tra gli incontaminati rilievi che segnano il confine tra il regno di Toskania e le terre dell’Emilya.
Correva l’Anno del Signore 1995, ma molti lo ricordano ancora come il leggendario Anno Fondamentale. Vennero due loschi figuri nei pressi della torre, accompagnati da un terzo, se possibile ancora più losco. Qualcuno si augurò, appena li vide, che il vento impetuoso che sferzava le montagne in quel pomeriggio d’inverno spazzasse via anche loro.
Per un’intera settimana avevano dormito il giorno e vissuto la notte, attingendo un potere occulto, coltivando una morbosa empatia per ciò che era morto (ma morto non era), preparandosi all’avvento. Giunsero nei pressi della torre, esattamente a 666 metri sopra il livello del mare, e spaziarono i loro sguardi verso le valli ai loro piedi. L’incantesimo era in procinto di compiersi. Avrebbero congiunto i loro poteri, evocato le entità dell’incubo loro amiche e assoggettato gli uomini al loro volere.
Ma il terzo, dopo averli scattato la foto qui sopra, disse loro:
«Andiamoci a fare un vinello vai!»
Cosi il sortilegio venne rimandato, ed ormai oggi di loro non è rimasta altro che questa piccola leggenda. Chissà! Forse un giorno torneranno insieme a Montespecchio, a completare ciò che avevano incominciato quel pomeriggio di gennaio di 12 anni fa.
Le strade dei demoni sono infinite…

CYBERUOMO

•Settembre 4, 2007 • Lascia un Commento

cyberomo

Bello fluttuare di nuovo tra i bit, divenire luce e scagliarmi nei server, un vettore di pura volontà, un dardo di elettroni impazziti, in cerca di catene di uni e di zeri che assumono significati e sensi, che lasciano dietro di se tracce e dubbi, che portano con se informazioni e cambiamenti.
La rete….
Orrenda maledizione, superba trappola dell’intelletto, ingegnosa gabbia mentale, incredibile mezzo di quasi-comunicazione, tecno-rituale telepatico, assurdo miraggio della nuova era.
Da questa visione post-cyberpunk, il cyberuomo vi abbraccia, mentre aspetta assopito avatar iper-realistici, in attesa delle virtual-chat dove si degustano vini e si annusano fiori esotici, di banche dati imponenti come grattaceli luminosi, di programmi anti-intrusione che ti friggono il cervello e ti mandano in corto la lavatrice.
Futuro, oscuro futuro, presagi di insensibilità di massa e di isterie
collettive di onnipotenza, guerre digitali ed info-war, agende nere e incursioni di massa di bande, hacker 12enni…
La mia carcassa di carne e sangue ama ancora spassionatamente, la mia carcassa al silicio cigola isterica nei suoi megaherz, ridicolo golem del nostro soffio vitale, parodia imbarazzante della nostra complessità.
Attendo…
I miracoli della rete li ho già divorati, sono vecchi, stantii, come libri in soffitta…
A quando la grande illusione?
A quando l’altro mondo?
Da sempre l’umanità spinge in quella direzione…ma quanto ci vorrà ancora?
E soprattutto…ci piacerà quel futuro, amico e fratello willo?
Per ora mi godo questo presente, che mi piace, perdio…
AMO QUESTO MONDO ASSURDO!
AMO I SUOI PARADOSSI, LE SUE INGIUSTIZIE!
E AMO I DELIRI, LA FOLLIA, LA POESIA, BACCO ED APOLLO!
Cosa c’è di sbagliato, in questo?
Amare, sognare…vivere…
E’ forse questo il segreto dell’immortalità?

CYBERUOMO, 6 novembre 2006

DA DIETRO UN CESPUGLIO

•Agosto 31, 2007 • Lascia un Commento

roveta

Il fuoco cantava e richiamava strane entità. Io mi affacciai, schermando il mio riflesso di follia che poteva corrompere le semplici menti di quei teneri fanciulli. Li guardavo da dietro un cespuglio, sghignazzando delle loro retoriche e assaporando il sugo delle loro anime. Un demone deve conoscere le proprie vittime, prima di trascinarle nella sua tana, dove le divorerà in santa pace. Per l’eternità.
Parlavano di tappi perduti, di dissei e diotto, a volte anche di divventi. Forse erano totem da loro adorati, squallide divinità di borgata a me estranee. Mi divertivano.
Bevevano sguaiatamente ma di gusto. La pozione si chiamava Whurer, un intruglio dal sapore tedesco ma in realtà prodotta in un laboratorio veneto da una banda di ubriaconi. Ne tracannavano a go-go, fiumane di liquame odoroso di legno marcio che sciacquava allegramente le loro budella.
Mi sarebbe piaciuto uscire da dietro quel cespuglio e farli prendere un bello spavento, ma poi me li sarei dovuti portar dietro tutti, e sinceramente non me la sentivo. Ne dovevano ancora combinare delle belle.
A volte li osservo ancora, da un piccolo schermo del mio antro perduto, dentro inferi incomprensibili per voi mortali. Sono cambiati, hanno qualche capello grigio, qualcuno non ha neanche i capelli, ma dopotutto mi fanno ancora sorridere.
Verrà il giorno in cui mi faranno compagnia, mentre li divorerò le interiora e miscelerò le loro anime nel mio personale shaker.
Avete mai provato un Kharonte on the rocks?
Merita, fidatevi.
Merita!